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Identità e Separazione. L’integrità dei frammenti nelle ri-composizioni di Angela Leotta.

Ci si accosta a queste opere con un senso particolare di discrezione, soggiogati dalla misura lieve e profonda a cui esse alludono, condotti dalla frantumazione  di queste sagome a un ascolto umile e incantato, depurato da ogni eventuale volontà, da parte nostra, di annetterci significati precostituiti e di imporli. Tale frantumazione tuttavia non richiama un senso di lacerazione ma di equilibrio magico, di arcaica ieraticità, sullo sfondo di un tempo preistorico o sospeso.  Nelle opere di Angela Leotta il frammento non separa ma ricompone. La nostra identità più autentica, svelata nella sua interezza, non può che dislocarsi lungo spazi allargati, non necessariamente convergenti, anzi separati, spesso distanti  tra loro, come spezzoni preziosi ricomposti soltanto dal mastice della grazia e della bellezza. Le figure compatte e coerenti, infatti, appartengono al mondo delle apparenze e della finzione. Esse non esprimono altro che un significato univoco negandosi all’ambivalenza vitale propria del linguaggio dei sogni e dell’infanzia, del simbolo e dell’identità primitiva. Angela Leotta riesce a cogliere mirabilmente questa estensione composita, sia nei tratti di figure appartenenti al quotidiano e che nel quotidiano compiono i loro gesti (“Figura che sale le scale”), sia in figure più inconsuete, legate a un versante spirituale e contemplativo (“Donna seduta con cerchio”). Esse vivono immerse dentro profondità acquatiche o spazio-temporali, là dove l’unica misura è quella dell’indistinto. Fluttuano in uno spazio neutro, astorico. Ed è proprio questa assenza di coordinate a preservarle dallo sfregio di significati unilaterali.

La screziatura dei materiali, poi, rimarca l’anima variegata di queste raffigurazioni, il loro spessore, il loro prezioso rilievo, frutto di ataviche sedimentazioni. Sono graffiti ancestrali di acquisizioni e di perdite, stratificazioni geologiche e millenarie, frammenti di mappe di pianeti sepolti ma non estinti e di foreste fossili che fondono la natura umana e animale a una radice tellurica. Come accade per le sculture di Henry Moore le figure umane ed animali della Leotta si compenetrano reciprocamente, vengono amalgamate allo spazio per dare vita a un linguaggio organico che scandisce il tempo mitico dell’unità primordiale prefigurandone tuttavia, con accenti malinconicamente aristocratici, anche la fine.

Essenziali per costruire l’equilibrio compositivo, ma anche espressivo di questi lavori sono le strutture filiformi, onnipresenti e che di volta in volta assumono una funzione diversa, talora più sbilanciata a definire i contorni della realtà materiale (anche con accenti ironici come nella “Figura che sale le scale”), più spesso volta a tracciare le linee mobili e trasparenti di un baricentro simbolico-  spirituale sfumato e che si avverte collocato in un imprecisato altrove. Più precisamente questi filamenti, che solo in apparenza  assolvono un compito meramente complementare rispetto ai soggetti di queste opere, occupano uno spazio intermedio e impalpabile tra il mondo fisico e quello spirituale riflettendo, con una perfetta alchimia, la concretezza materiale e strumentale del primo e la volubilità simbolica e metafisica del secondo. Tale risultato è felicemente raggiunto per la grande capacità da parte dell’artista di fondere questi elementi in un universo indistinto, dissolvendo qualsiasi attrito di confine, sia pure sfumato, tra fisicità e spirito, tra materia e spazio. In questo caso non c’è ricomposizione ma una composizione primaria e mai alienata, il segno atavico di un’unità mai scalfita.

 

Stefano Cardarelli