
IL TEATRO DELL'UMANO
I miei lavori non rappresentano la realtà: la attraversano, la aprono, la espongono.
Il corpo — umano, animale, ambientale — è il luogo in cui forze invisibili agiscono: potere, dolore, desiderio, superstizione, trasformazione.
Le figure si deformano, si dissolvono, emergono, perché l’identità non è stabile, ma un processo in continua tensione.
La mia pittura nasce da un’immersione nella materia emotiva e organica dell’esistenza, dove il limite si rompe e ciò che è nascosto diventa visibile e condivisibile.
Non cerco di spiegare:
apro ciò che normalmente resta chiuso.
Nel teatro dell'umano, ogni figura è presenza e maschera, ferita e resistenza. Ad esempio, Stabat Mater (2018) e Prometeo (2025) mettono in tensione due modi opposti di confrontarsi con la finitezza: riconoscerla come condizione della coscienza e della responsabilità, oppure tentare di superarla attraverso il dominio della tecnica.
In Stabat Mater, il dolore si incarna nella figura materna e diventa conoscenza, ascolto e cura. II corpo, luogo della ferita, rivela una vulnerabilità che non è debolezza, ma apertura all'altro: le ferite diventano feritoie attraverso cui passa la luce dell'umanità più autentica.























